E’ sempre stato così, il primo impatto con una nuova città o con un nuovo paese è quello che conta e che lascia il segno, che mi fa capire se quello è davvero un posto per me, con cui entrare naturalmente in sintonia o no. E’ stato così per l’Irlanda e il Quèbec di cui mi sono innamorato subito, è stato così in negativo per New York o il nord della Germania o Timisoara o Lloret…
Per il Marocco, ed è la prima volta che mi capita, è diverso. Perché la prima impressione dopo l’arrivo a Marrakech è stata pessima, eppure non so ancora dire se sia quella giusta o meno, e se sarà quella che mi porterò davvero dentro in futuro.
Di questo Marocco troppe cose non mi piacciono, o forse sono solo troppo distanti dal mio modo di pensare.
L’orgoglio di essere marocchini sembra sia tutto concentrato nella stoffa della bandiera nazionale che compare su ogni palazzo e in ogni strada, e manchi invece completamente quando si tratta di curare prima di tutto sé stessi e poi quello che c’è intorno. E’ come se tutto fosse di passaggio, e non valesse la pena di curarsene, sia che si parli della propria persona, della strada in cui si vive, o dei resti di un’antica rovina romana. E questa generale noncuranza di tutto e tutti porta anche a un rapporto con il tempo completamente diverso dal nostro: il marocchino non ha mai fretta e farà tutto sempre con la massima calma e lentezza, io credo fondamentalmente perché nulla è così importante per cui valga la pena di muoversi.
Sono solo sensazioni, certo… Eppure proprio non riesco a capire quella sorta di rassegnazione, di immobilismo gattopardesco, di limbo per cui il marocchino sembra autocondannarsi a vivere sempre alla giornata, di espedienti, senza provare mai a cambiare.
Una delle foto che mi porto dentro del Marocco sono quei villaggi in mezzo al nulla che abbiamo attraversato mille volte nei nostri spostamenti, con gli uomini sul ciglio della via intenti a vedere passare la vita intorno a loro, circondata da sporcizia e degrado, senza fare nulla se non accettare semplicemente che le cose vadano così.
Forse hanno ragione loro, e siamo noi che siamo afflitti dalla nostra ansia di cambiare a tutti i costi, di essere sempre in movimento,di volere tutto e subito e, in fondo, di essere sempre insoddisfatti.
Eppure alla prova dei fatti, più del degrado, della povertà, dell’insistenza fastidiosa dei mendicanti dei venditori e delle false guide agli angoli della strada, più dei tentativi a volte quasi patetici di mostrarsi ai nostri occhi “occidentali” nel senso più deteriore del termine (penso ad Agadir, penso alla guida di Casablanca o alla donna sul treno verso Rabat entrambi orgogliosi di tutto quello che sembrava Occidente e non era Marocco, fosse anche uno stupido McDonald), più della corruzione palese, più di ogni altra cosa, sono la loro rassegnazione e accettazione a vivere così che mi hanno colpito.
Non mi hanno entusiasmato nemmeno le città che abbiamo visitato (Marrakech, Fez, Meknes, Rabat, Casablanca). Di per sé dal punto di vista strettamente artistico non hanno poi molto da dire -specie Marrakech e Casablanca-, forse perché siamo abituati alle nostre città in Italia traboccanti di bellezza e forse perché per chi è nato a Genova, la medina non può non richiamare alla mente i vicoli e quindi perde un pò di quella magia che forse ha per altri occhi.
Ed anche il mare è stato un pò una delusione. Caratteristica Essaouira ma battuta da un vento fortissimo e con un mare gelido. Di plastica Agadir,con in più la sfortuna di aver trovato 3 giorni di cielo grigio come neanche a Milano a Novembre.
Con tutto questo preambolo, si potrebbe pensare a una vacanza da prendere e lasciare alle spalle senza troppa nostalgia.
E invece no. No perché se chiudo gli occhi e penso a queste 2 settimane, ci sono una piazza Djemaa el-Fnaa di Marrakech traboccante di luci di odori e soprattutto di vita, con il suo circo di giocolieri incantatori di serpenti e cialtroni, e con un suq sconfinato a guardarle le spalle con il suo esercito di venditori di cianfrusaglie.
Ci sono i colori sgargianti i profumi delle mille spezie l’odore acre delle concerie della medina di Fez.
Ci sono le dune che cambiano colore ad ogni ora e sembrano davvero disegnate dalla mano di un pittore più che dal vento.
C’è una bambina berbera all’alba a piedi davanti ai nostri cammelli che attraversa chilometri di deserto per andare a scuola.
C’è un cielo stellato in mezzo al deserto, che non avevo visto mai. E di giorno lo stesso cielo immenso che si veste di un azzurro meraviglioso sopra le gole del Todra, sopra la valle del Dades,o sopra le rosse kasbah di pietra di Ait Benhaddou.
E allora mi viene da pensare che ha ragione Davide, il Marocco non è un paese che si concede facilmente, e ci vorrà del tempo per capire se più della trascuratezza e la rassegnazione di un popolo rimarranno i colori le atmosfere e gli odori di una terra comunque incredibile. O forse, più probabilmente, rimarranno tutti e due questi aspetti, perché in fondo il Marocco è o non è il paese delle mille contraddizioni?
Commenti recenti