Inserito da: fabiodelogu | Novembre 10, 2009

Il Cattolico Feroce

Suscita rabbia e pena, una pena grande, il sottosegretario Carlo Giovanardi, cattolico imbruttito dal rancore, che ieri mattina ha pronunziato alla radio parole feroci contro Stefano Cucchi. Secondo Giovanardi, Stefano se l’è cercata quella fine perché “era uno spacciatore abituale”, “un anoressico che era stato pure in una comunità”, “ed era persino sieropositivo”. Giovanardi dice che i tossicodipendenti sono tutti uguali: “diventano larve”, “diventano zombie”. E conclude: “È la droga che l’ha ridotto così”. Giovanardi, al quale è stata affidata dal governo “la lotta alle tossicodipendenze” e la “tutela della famiglia”, ovviamente sa bene che tanti italiani – ormai i primi in Europa secondo le statistiche – fanno uso di droga. E sa che tra loro ci sono molti imprenditori, molti politici, e anche alcuni illustri compagni di partito di Giovanardi. E, ancora, sa che molte persone “per bene”, danarose e ben difese dagli avvocati e dai giornali, hanno cercato e cercano nei cocktail di droghe di vario genere, non solo cocaina ed eroina ma anche oppio, anfetamine, crack, ecstasy…, una risposta alla propria pazzia personale, al proprio smarrimento individuale. E alcuni, benché trovati in antri sordidi, sono stati protetti dal pudore collettivo, e la loro sofferenza è stata trattata con tutti quei riguardi che sono stati negati a Stefano Cucchi. Come se per loro la droga fosse la parte nascosta della gioia, la faccia triste della fortuna mentre per Stefano Cucchi era il delitto, era il crimine. A quelli malinconia e solidarietà, a Stefano botte e disprezzo. Ci sono, tra i drogati d’Italia, “i viziati e i capricciosi”, e ci sono ovviamente i disadattati come era Stefano, “ragazzi che non ce la fanno” e che per questo meritano più aiuto degli altri, più assistenza, più amore dicono i cattolici che non “spacciano”, come fa abitualmente Giovanardi, demagogia politica. E non ammiccano e non occhieggiano come lui alla violenza contro “gli scarti della società”, alla voglia matta di sterminare i poveracci; non scambiano l’umanità dolente, della quale siamo tutti impastati e che fa male solo a se stessa, con l’arroganza dei banditi e dei malfattori, dei mafiosi e dei teppisti veri che insanguinano l’Italia. Ecco: con le sue orribili parole di ieri mattina Giovanardi si fa complice, politico e morale, di chi ha negato a Stefano un avvocato, un medico misericordioso, un poliziotto vero e che adesso vorrebbe pure evitare il processo a chi lo ha massacrato, a chi ha violato il suo diritto alla vita. Anche Cucchi avrebbe meritato di incontrare, il giorno del suo arresto, un vero poliziotto piuttosto che la sua caricatura, uno dei tanti poliziotti italiani che provano compassione per i ragazzi dotati di una luce particolare, per questi adolescenti del disastro, uno dei tantissimi nostri poliziotti che si lasciano guidare dalla comprensione intuitiva, e certo lo avrebbe arrestato, perché così voleva la legge, ma molto civilmente avrebbe subito pensato a come risarcirlo, a come garantirgli una difesa legale e un conforto civile, a come evitargli di finire nella trappola di disumanità dalla quale non è più uscito. Perché la verità, caro Giovanardi, è che gli zombie e le larve non sono i drogati, ma i poliziotti che non l’hanno protetto, i medici che non l’hanno curato, e ora i politici come lei che sputano sulla sua memoria. I veri poliziotti sono pagati sì per arrestare anche quelli come Stefano, ma hanno imparato che ci vuole pazienza e comprensione nell’esercizio di un mestiere duro e al tempo stesso delicato. È da zombie non vedere nei poveracci come Cucchi la terribile versione moderna dei “ladri di biciclette”. Davvero essere di destra significa non capire l’infinito di umiliazione che schiaccia un giovane drogato arrestato e maltrattato? Lei, onorevole (si fa per dire) Giovanardi, non usa categorie politiche, ma “sniffa” astio. Come lei erano gli “sciacalli” che in passato venivano passati alla forca per essersi avventati sulle rovine dei terremoti, dei cataclismi sociali o naturali. Giovanardi infatti, che è un governante impotente dinanzi al flagello della droga ed è frustrato perché non governa la crescita esponenziale di questa emergenza sociale, adesso si rifà con la memoria di Cucchi e si “strafà” di ideologia politica, fa il duro a spese della vittima, commette vilipendio di cadavere. Certo: bisogna arrestare, controllare, ritirare patenti, impedire per prevenire e prevenire per impedire. Alla demagogia di Giovanardi noi non contrapponiamo la demagogia sociologica che nega i delitti, quando ci sono. Ma cosa c’entrano le botte e la violazione dei diritti? E davvero le oltranze giovanili si reprimono negando all’arrestato un avvocato e le cure mediche? E forse per essere rigorosi bisogna profanare i morti e dare alimento all’intolleranza dei giovani, svegliare la loro parte più selvaggia? Ma questo non è lo stesso Giovanardi che straparlava dell’aborto e del peccato di omosessualità? Non è quello che difendeva la vita dell’embrione? È proprio diverso il Dio di Giovanardi dal Cristo addolorato di cui si professa devoto. Con la mano sul mento, il gomito sul ginocchio e due occhi rassegnati, il Cristo degli italiani è ben più turbato dai Giovanardi che dai Cucchi.

Francesco Merlo (La Repubblica, 20091110)

Inserito da: fabiodelogu | Novembre 3, 2009

Van Loon – Francesco Guccini

Inserito da: fabiodelogu | Novembre 3, 2009

The Rounders – Il Giocatore

 

 

Inserito da: fabiodelogu | Ottobre 30, 2009

Storie di Calcio – Man Utd e Nissa

Nella parte superiore dello stemma dello United c’è una nave, riferimento a come tutto è cominciato. Nell’800 della rivoluzione industriale, Manchester era la città che produceva e Liverpool il porto che commercializzava (“Manchester made and Liverpool trade“): una simbiosi perfetta che saltò in aria quando le tariffe portuali crebbero così tanto da consigliare a Manchester la costruzione di un canale per dotarsi di un proprio scalo, da cui la nave nello stemma United. L’opera venne realizzata con grande scorno di Liverpool, che perse migliaia di posti di lavoro. Ancora oggi, quando la Kop canta “Walk on, walk on, with hope in your heart, you’ll never walk alone“, i tifosi manc ribattono sarcastici “you’ll never get a job“, non troverai mai un lavoro. Nel tempo il Lancashire ha superato tante crisi, oggi Manchester è un polo produttivo internazionale mentre Liverpool è appena stata capitale europea della cultura; ma ad Anfield come a Old Trafford nulla è cambiato, gridi “you fat bastard” a Rooney e persino di peggio a Gerrard anche se sei in libera uscita da una sofisticata vita da yuppie.

Nel 1996 la Nazionale Under 21 (allora allenata da Maldini padre), doveva giocare nella mia città, Caltanissetta, nel nuovo stadio di Pian del Lago (era stato aperto da meno di un anno). Avversaria era la Croazia. La federazione croata comunicò a quella italiana che avrebbe utilizzato maglie azzurre e rosse. Alchè i nostri dirigenti fornirono alla nostra nazionale le maglie bianche. Ma il giorno della partita… SORPRESA!!! La nazionale croata si presenta con le maglie bianche. Alchè, come da regolamento l’arbitro chiede alla nazionale italiana di cambiare le maglie ma… ARI-SORPRESA!!! Non ci sono maglie di riserva… I dirigenti federali trovano una soluzione: chiedono ai dirigenti della Nissa, la squadra di Caltanissetta (Serie D), di prestargli le maglie. Ma…. ARI-ARI-SORPRESA!!! La Nissa si allena, ed ha quindi il magazzino, nell’altro stadio cittadino, che si trova dall’altra parte della città! Si doveva fare in fretta, e quindi mandarono una pattuglia dei vigili urbani che, a sirene spiegate attraversò la città e tornò appena in tempo per non perdere la partita a tavolino. Quindi la Nazionale giocò quella partita con indosso la seconda maglia della Nissa, ossia in maglia rossa, con lo scudo sul petto cancellato con un pennarello. Perchè con la seconda maglia? Semplice: indovinate un po’ di che colore è la prima maglia della Nissa? Bianca, ovviamente!

Inserito da: fabiodelogu | Ottobre 27, 2009

Alligatori e Medicina

Mi ero appena iscritto al college, mi trovavo in El Salvador per aiutare le popolazioni indigene ad iscriversi alle liste elettorali. Un ragazzino del luogo era stato attaccato da un alligatore che gli aveva staccato una mano. Uno dei miei compagni, …medico, lo salvò. Fu allora che decisi di fare medicina. Questa storia non è vera, grazie a Dio, ma è questo che ti suggeriscono di raccontare al test d’ingresso.

Inserito da: fabiodelogu | Ottobre 27, 2009

Così ho fatto piangere la capotreno.

Il viaggio si annuncia sereno. La seconda carrozza di testa dell’Intercity Plus 533 Torino-Roma Termini, che prendo ad Alessandria alle 16,02, è vuota. Ho acquistato un biglietto di prima classe, ho molto bagaglio, quel mercoledì di fine agosto incrudelisce di caldo, voglio viaggiare comodo. L’arrivo è puntuale, sono nella migliore disposizione d’animo per concedere a Trenitalia l’opportunità di un riscatto. Sistemo la valigia grande nel ripiano sopra i sedili, la piccola sotto la sedia, la sacca dei libri accanto a me.

Apro il tavolinetto, prendo l’agenda, il giornale, la «Settimana Enigmistica», andando subito a cercare «Il bersaglio», il mio gioco preferito, poi l’appassionante studio di Sergio Vartolo sulla genesi dell’Arte della Fuga di Bach e i motivi della sua incompiutezza. Spengo il telefonino, tolgo le scarpe, allungo le gambe. Sei ore e ventisei, un tempo di percorrenza superiore di trenta minuti rispetto all’anno scorso, ma saranno almeno tranquille e fresche: poco traffico umano e l’aria condizionata funziona bene.

…Mi assopisco. «Biglietto prego». Lei non è bella, potrebbe esserlo di più se credesse meno al ruolo che le garantisce il berretto da capotreno. Sono in regola, ma il risveglio inatteso non mi priva del piacere di farla attendere. Come sempre, la ricerca è lunga, anche se so benissimo dov’è: nella tasca posteriore sinistra dei pantaloni. Non parlo, non parla, inizia a spazientirsi, attendo ancora, infine lo trovo…, lo mostro. «La sua Cartaviaggio prego».

Un osso duro. Ha notato che il prezzo del mio biglietto di prima classe ha lo sconto del 10%, come era concesso ai titolari dell’Executive, prima che gli irresponsabili del servizio anti-clienti di Trenitalia estirpassero anche questo beneficio, rendendo così del tutto inutile la spesa di 89 euro necessaria ad ottenere quel tipo di Cartaviaggio.
Lentamente la cerco tra le cards che tengo nel porta documenti, nella tasca posteriore destra. La esibisco.
«Documento prego». Resto tranquillo, non sarà quell’arpia a inacidirmi il viaggio. Sta soltanto facendo il proprio dovere mi ripeto mentre, ancora più lento, le mostro la patente che certifica la mia identità.

Mi restituisce biglietto, Executive e documento. Poi, con ghigno lieve, che non mi sfugge: «Non può restare qui. Troverà dei posti nell’altra carrozza di prima, dal 92 in poi non sono prenotabili e ce ne sono di liberi».
«Questo è il mio posto prenotato», replico senza guardarla.
«Questa carrozza è fuori servizio. Tutte quattro le porte sono inutilizzabili, il regolamento ferroviario è chiaro, per ragioni di sicurezza una carrozza in queste condizioni non può espletare servizio viaggiatori. Lei si deve spostare. Questa carrozza è come non ci fosse, rimane in funzione solo lo scompartimento di servizio».

La provocatrice appare determinata… La guardo. «Lei mi ha visto salire, con tutto il bagaglio. Perché non mi ha avvisato subito, perché ha lasciato che sistemassi tutto qui?». «Il segnale era aperto, il treno ripartiva, non potevo occuparmi di lei». «Bene. Continui a non occuparsi di me. Io da qui non mi muovo». Non risponde, se ne va. Evidentemente la questione non è risolta, lei non è tipo da arrendersi. Riappare dopo pochi minuti. Non è sola, dietro di lei un agente in borghese della polizia ferroviaria. Ce ne sono in ogni treno a lungo percorso. Mostra il tesserino, mi invita ad alzarmi e raggiungere l’altra carrozza. «Niente di personale, naturalmente. Ma il regolamento è chiaro. Per la sicurezza di tutti».

Sgombero, in silenzio. Lei è trionfante, ma si sforza di nascondere la sadica gioia. Avrai la tua paga, ossessa che sei. Per il momento, prendo tempo. «Dove avete formato il treno?», chiedo senza alcun rancore al Capo Treno. «A Porta Nuova, naturalmente». «Quando vi siete accorti del disservizio?». «A Porta Nuova». «Le carrozze di prima sono soltanto due, perché non l’avete sostituita?». «La residenza di questa carrozza è Roma Tiburtina, lì deve ritornare, lì sarà riparata». «Da dove arriva?». «Da Tiburtina». «Quindi ha fatto sia l’andata che il ritorno in queste condizioni?». «Sì». «Inutilizzabile». «Esattamente». «Perché, tenendo questa, non avete aggiunto un’altra carrozza?». «Undici, il numero massimo di carrozze che questa motrice può tirare è undici».

Guardo il poliziotto, allarghiamo le braccia. Raggruppo, risistemo, sposto i bagagli. Nell’altra carrozza di prima l’aria condizionata non funziona, ma c’è ancora qualche posto libero. Siedo vicino al corridoio…. A Porta Principe c’è il consueto saliscendi di viaggiatori, ma il numero complessivo non aumenta. Alle 18,04 arriviamo a La Spezia, in orario. Si riparte, ho sete e caldo, mi metto in cammino verso la vettura self service. La carrozza di prima classe con le quattro porte fuori servizio dalla quale sono stato fatto sloggiare è piena…. Vado dalla capotreno, deciso a saltare i preamboli. «Li faccia spostare tutti, subito». «Sono molti». «Subito o chiamo la Ferroviaria». «Sono abbonati, lavorano ai cantieri della Marina militare di Spezia, scendono a Viareggio, una mezz’oretta. L’altra carrozza è piena». «Tutti e subito. Si alzi e li faccia abbandonare questa carrozza, altrimenti un esposto per violazione del regolamento non glielo toglie nessuno», replico, sedendomi di fronte a lei…

Questa volta, niente tregua. E’ costretta ad ubbidirmi. Si alza e a voce bassa, a un viaggiatore per volta, spiega la vicenda. I primi le obbediscono e raggiungono l’altra carrozza, ma per tornare subito indietro. Non solo l’aria condizionata è rotta, ma nel frattempo gli scompartimenti si sono riempiti di accaldati clienti, prenotati e non prenotati, accomunati da quella sofferenza.

Il Capo Treno prosegue intanto la sua opera di persuasione, interrotta quando il primo gruppetto di migranti ritorna ad occupare il posto che aveva da poco lasciato. Lei prova ad alzare la voce….ma ormai parla nel vuoto, nessuno la sta più a sentire, mentre continuo a guardarla immobile, inespressivo, fino a quando si arrende e ritorna al proprio posto, davanti a me. Sta piangendo, in silenzio. «Vuole il mio numero di matricola?», chiede con un sussulto di dignità che ammiro. Le porgo il mio pacchetto di fazzoletti di carta e proseguo verso la carrozza self service.

Sandro Cappelletto (2009 – 10 – 20)

Inserito da: fabiodelogu | Ottobre 27, 2009

La Macchina del Fango

Berlusconi si cucina da solo i suoi guai. Distrugge, di giorno, i muri che i suoi consiglieri fabbricano, di notte, per difenderlo. Quelli si erano appena rimboccati le maniche, con buona volontà, per riproporre – complici, le debolezze di Piero Marrazzo – la separatezza e l’inviolabilità della sfera privata dalla funzione pubblica (ancora!). Salta fuori che l’Egoarca ha avvertito per tempo il governatore: “C’è in giro un video contro di te”. Frammento superbo della nostra vita pubblica. Merita di essere analizzato, e con cura. Viene comodo farlo in quattro quadri. Nel primo quadro, bisogna riscrivere con parole più adatte quel che sappiamo. Non il signor Silvio Berlusconi, ma il presidente del consiglio – proprietario del maggior gruppo editoriale del Paese – allerta il governatore “di sinistra” che il direttore di una sua gazzetta di pettegolezzi (Chi) ha in mano un video che lo compromette. Glielo ha detto la figlia (Marina, presidente di Mondadori). A questo punto, il capo del governo potrebbe consigliare all’altro uomo di governo di non perdere un minuto e di denunciare il ricatto all’autorità giudiziaria. Nemmeno per sogno. Il presidente del Consiglio indica all’altro attraverso chi passa il ricatto, ne fornisce indirizzo e numero di telefono: che il governatore si aggiusti le cose da solo mettendo mano al portafoglio e “ritirando la merce dal mercato”, come pare si dica in questi casi. È la pratica di uomini che governano senza credere né alla legge né allo Stato, né in se stessi né nella loro responsabilità. In una democrazia rispettabile, l’argomento potrebbe essere definitivo. Nell’”Italia gobba”, la legalità è opzione, mai dovere, e quindi l’argomento diventa trascurabile. Trascuriamolo (per un attimo solo) e immaginiamo che Marrazzo riesca nell’impresa di ricomprarsi quel video. È il secondo quadro. Vediamo che cosa accade a questo punto. Piero Marrazzo annuncia la sua seconda candidatura al governatorato. Si vota in marzo. Il candidato “di sinistra” è consapevole che il suo destino politico e personale è nelle mani del leader della coalizione “di destra”. In qualsiasi momento, quello può tirare la corda e rompergli il collo. A quel punto, a chi appartiene la vita di Piero Marrazzo? A se stesso, alle sue decisioni politiche, ai suoi comportamenti privati o alla volontà e alle strategie dell’antagonista? È una condizione di vulnerabilità politica che dovrebbe consigliargli la piena trasparenza a meno di non voler diventare un burattino. Al contrario, Marrazzo tace e tira avanti. Scoppia lo scandalo e mente (“È una bufala”, “Non c’è alcun video”). Lo scandalo diventa insostenibile e ancora rifiuta la responsabilità della verità: non dice dell’avvertimento di Berlusconi; non dice come si procura il denaro che gli occorre per le sue scapestrate avventure. (Sono buone ragioni per chiedergli di nuovo le dimissioni perché non è sufficiente l’ipocrita impostura dell’autosospensione). Quel che accade al governatore ci mostra in piena luce come funziona “una macchina”. È il terzo quadro. Al centro della scena, i direttori delle testate di proprietà del presidente del Consiglio (o da lui influenzate). In questo caso, Alfonso Signorini, direttore di Chi, già convocato d’urgenza da una vacanza alle Maldive per confondere, con una manipolazione sublunare della realtà, il legame del premier con una minorenne. Signorini spiega come vanno le cose in casa dell’Egoarca, premier e tycoon. Direttamente con le redazioni o, indirettamente, da strutture esterne o da chi vuole qualche euro facile – i direttori raccolgono fango adatto a un rito di degradazione. Una volta messa al sicuro la poltiglia del disonore (autentica o farlocca, a costoro non importa), il direttore avverte i vertici del gruppo, l’amministratore delegato e il presidente. Che si incaricano di informare l’Egoarca. A questo punto, il premier è padrone del gioco. Pollice giù, e scatta l’aggressione. Pollice su, e il malvisto finisce in uno stato di minorità civile. Accade al giudice Mesiano, spiato dalle telecamere di Canale5. Berlusconi addirittura annuncia l’imboscata: “Presto, ne vedremo delle belle”. Accade al direttore dell’Avvenire, Dino Boffo, colpevole di aver dato voce all’imbarazzo delle parrocchie per la vita disonorevole del premier. Accade al presidente della Camera, Gianfranco Fini, responsabile di un cauto e motivato dissenso politico. Accade a Veronica Lario, moglie ribelle. A ben vedere, accade oggi al ministro dell’Economia che può intuire sul giornale del premier qualche avvertimento. Suona così: “Tremonti in bilico”; “Se Tremonti va, Draghi arriva”. C’è da chiedersi: quanti attori del discorso pubblico sono oggi nella condizione di sottomissione che anche Marrazzo era disposto ad accettare? Quarto e ultimo quadro, allora. Non viviamo nel migliore dei mondi. La personalizzazione della politica ha cambiato ovunque le regole del gioco e il fattore decisivo di ogni competizione è la proiezione negativa o positiva dell’uomo politico – e della sua affidabilità – nella mente degli elettori. È la ragione che fa del “killeraggio politico – scrive Manuel Castells (Comunicazione e potere) – l’arma più potente nella politica mediatica”. I metodi sono noti. Si mette in dubbio l’integrità dell’avversario, nella vita pubblica e in quella privata. Ricordate che cosa accade a McCain e Kerry? Si ricordano agli elettori, “in modo esplicito o subliminale”, gli stereotipi negativi associati alla personalità del politico, per esempio essere nero e musulmano in America. È la lezione che affronta Barack Obama. Si distorcono le dichiarazioni o le posizioni politiche. Si denunciano corruzione, illegalità o condotta immorale nei partiti che sostengono il politico. Naturalmente, le informazioni distruttive si possono raccogliere, se ci sono; distorcerle, se appaiono dubbie o controverse; fabbricarle, se non ci sono. È uno sporco lavoro, che ha creato negli Stati Uniti, dei professionisti. Uno di loro, Stephen Marks, consulente dei repubblicani, ha raccontato in un libro (Confessions of a Political Hitman, Confessioni di un killer politico) il suo modus operandi. È interessante riassumerlo: “Passo I, il killer politico raccoglie il fango. Passo II, il fango viene messo in mano ai sondaggisti che determinano quale parte del fango arreca maggior danno politico. Passo III, i sondaggisti passano i risultati a quelli che si occupano di pubblicità, che passano i due o tre elementi più dannosi su Tv, radio e giornali con l’intento di fare a pezzi l’avversario politico. Il terzo passo è il più notevole. Mi lascia a bocca aperta l’incredibile talento degli addetti ai media… quando tutto è finito, l’avversario ha subito un serio colpo, da cui non riesce più a riprendersi”. Qui, quel che conta è la segmentazione del lavoro e soprattutto “l’incredibile talento degli addetti ai media” perché devono essere i più abili e i più convincenti. I media, negli Stati Uniti, non sono a disposizione della politica e per muoverli occorre “provocare fughe di notizie rimanendo al di fuori della mischia”, offrire “merce” che regga a una verifica, a un controllo, che sia significativa e in apparenza corretta anche quando è manipolata. In Italia, non esiste questo scarto. Non c’è questa fatica da fare perché non c’è alcuna segmentazione della politica mediatica. Uno stesso soggetto ordina la raccolta del fango, quando non lo costruisce. Dispone, per la bisogna, di risorse finanziarie illimitate; di direzioni e redazioni; di collaboratori e strutture private; di funzionari disinBerlusconi si cucina da solo i suoi guai. Distrugge, di giorno, i muri che i suoi consiglieri fabbricano, di notte, per difenderlo. Quelli si erano appena rimboccati le maniche, con buona volontà, per riproporre – complici, le debolezze di Piero Marrazzo – la separatezza e l’inviolabilità della sfera privata dalla funzione pubblica (ancora!). Salta fuori che l’Egoarca ha avvertito per tempo il governatore: “C’è in giro un video contro di te”. Frammento superbo della nostra vita pubblica. Merita di essere analizzato, e con cura. Viene comodo farlo in quattro quadri. Nel primo quadro, bisogna riscrivere con parole più adatte quel che sappiamo. Non il signor Silvio Berlusconi, ma il presidente del consiglio – proprietario del maggior gruppo editoriale del Paese – allerta il governatore “di sinistra” che il direttore di una sua gazzetta di pettegolezzi (Chi) ha in mano un video che lo compromette. Glielo ha detto la figlia (Marina, presidente di Mondadori). A questo punto, il capo del governo potrebbe consigliare all’altro uomo di governo di non perdere un minuto e di denunciare il ricatto all’autorità giudiziaria. Nemmeno per sogno. Il presidente del Consiglio indica all’altro attraverso chi passa il ricatto, ne fornisce indirizzo e numero di telefono: che il governatore si aggiusti le cose da solo mettendo mano al portafoglio e “ritirando la merce dal mercato”, come pare si dica in questi casi. È la pratica di uomini che governano senza credere né alla legge né allo Stato, né in se stessi né nella loro responsabilità. In una democrazia rispettabile, l’argomento potrebbe essere definitivo. Nell’”Italia gobba”, la legalità è opzione, mai dovere, e quindi l’argomento diventa trascurabile. Trascuriamolo (per un attimo solo) e immaginiamo che Marrazzo riesca nell’impresa di ricomprarsi quel video. È il secondo quadro. Vediamo che cosa accade a questo punto. Piero Marrazzo annuncia la sua seconda candidatura al governatorato. Si vota in marzo. Il candidato “di sinistra” è consapevole che il suo destino politico e personale è nelle mani del leader della coalizione “di destra”. In qualsiasi momento, quello può tirare la corda e rompergli il collo. A quel punto, a chi appartiene la vita di Piero Marrazzo? A se stesso, alle sue decisioni politiche, ai suoi comportamenti privati o alla volontà e alle strategie dell’antagonista? È una condizione di vulnerabilità politica che dovrebbe consigliargli la piena trasparenza a meno di non voler diventare un burattino. Al contrario, Marrazzo tace e tira avanti. Scoppia lo scandalo e mente (“È una bufala”, “Non c’è alcun video”). Lo scandalo diventa insostenibile e ancora rifiuta la responsabilità della verità: non dice dell’avvertimento di Berlusconi; non dice come si procura il denaro che gli occorre per le sue scapestrate avventure. (Sono buone ragioni per chiedergli di nuovo le dimissioni perché non è sufficiente l’ipocrita impostura dell’autosospensione). Quel che accade al governatore ci mostra in piena luce come funziona “una macchina”. È il terzo quadro. Al centro della scena, i direttori delle testate di proprietà del presidente del Consiglio (o da lui influenzate). In questo caso, Alfonso Signorini, direttore di Chi, già convocato d’urgenza da una vacanza alle Maldive per confondere, con una manipolazione sublunare della realtà, il legame del premier con una minorenne. Signorini spiega come vanno le cose in casa dell’Egoarca, premier e tycoon. Direttamente con le redazioni o, indirettamente, da strutture esterne o da chi vuole qualche euro facile – i direttori raccolgono fango adatto a un rito di degradazione. Una volta messa al sicuro la poltiglia del disonore (autentica o farlocca, a costoro non importa), il direttore avverte i vertici del gruppo, l’amministratore delegato e il presidente. Che si incaricano di informare l’Egoarca. A questo punto, il premier è padrone del gioco. Pollice giù, e scatta l’aggressione. Pollice su, e il malvisto finisce in uno stato di minorità civile. Accade al giudice Mesiano, spiato dalle telecamere di Canale5. Berlusconi addirittura annuncia l’imboscata: “Presto, ne vedremo delle belle”. Accade al direttore dell’Avvenire, Dino Boffo, colpevole di aver dato voce all’imbarazzo delle parrocchie per la vita disonorevole del premier. Accade al presidente della Camera, Gianfranco Fini, responsabile di un cauto e motivato dissenso politico. Accade a Veronica Lario, moglie ribelle. A ben vedere, accade oggi al ministro dell’Economia che può intuire sul giornale del premier qualche avvertimento. Suona così: “Tremonti in bilico”; “Se Tremonti va, Draghi arriva”. C’è da chiedersi: quanti attori del discorso pubblico sono oggi nella condizione di sottomissione che anche Marrazzo era disposto ad accettare? Quarto e ultimo quadro, allora. Non viviamo nel migliore dei mondi. La personalizzazione della politica ha cambiato ovunque le regole del gioco e il fattore decisivo di ogni competizione è la proiezione negativa o positiva dell’uomo politico – e della sua affidabilità – nella mente degli elettori. È la ragione che fa del “killeraggio politico – scrive Manuel Castells (Comunicazione e potere) – l’arma più potente nella politica mediatica”. I metodi sono noti. Si mette in dubbio l’integrità dell’avversario, nella vita pubblica e in quella privata. Ricordate che cosa accade a McCain e Kerry? Si ricordano agli elettori, “in modo esplicito o subliminale”, gli stereotipi negativi associati alla personalità del politico, per esempio essere nero e musulmano in America. È la lezione che affronta Barack Obama. Si distorcono le dichiarazioni o le posizioni politiche. Si denunciano corruzione, illegalità o condotta immorale nei partiti che sostengono il politico. Naturalmente, le informazioni distruttive si possono raccogliere, se ci sono; distorcerle, se appaiono dubbie o controverse; fabbricarle, se non ci sono. È uno sporco lavoro, che ha creato negli Stati Uniti, dei professionisti. Uno di loro, Stephen Marks, consulente dei repubblicani, ha raccontato in un libro (Confessions of a Political Hitman, Confessioni di un killer politico) il suo modus operandi. È interessante riassumerlo: “Passo I, il killer politico raccoglie il fango. Passo II, il fango viene messo in mano ai sondaggisti che determinano quale parte del fango arreca maggior danno politico. Passo III, i sondaggisti passano i risultati a quelli che si occupano di pubblicità, che passano i due o tre elementi più dannosi su Tv, radio e giornali con l’intento di fare a pezzi l’avversario politico. Il terzo passo è il più notevole. Mi lascia a bocca aperta l’incredibile talento degli addetti ai media… quando tutto è finito, l’avversario ha subito un serio colpo, da cui non riesce più a riprendersi”. Qui, quel che conta è la segmentazione del lavoro e soprattutto “l’incredibile talento degli addetti ai media” perché devono essere i più abili e i più convincenti. I media, negli Stati Uniti, non sono a disposizione della politica e per muoverli occorre “provocare fughe di notizie rimanendo al di fuori della mischia”, offrire “merce” che regga a una verifica, a un controllo, che sia significativa e in apparenza corretta anche quando è manipolata. In Italia, non esiste questo scarto. Non c’è questa fatica da fare perché non c’è alcuna segmentazione della politica mediatica. Uno stesso soggetto ordina la raccolta del fango, quando non lo costruisce. Dispone, per la bisogna, di risorse finanziarie illimitate; di direzioni e redazioni; di collaboratori e strutture private; di funzionari disinvolti nelle burocrazie della sicurezza, magari di “paesi amici e non alleati”. Non ha bisogno di convincere nessuno a pubblicare quella robaccia. Se la pubblica da sé, sui suoi media, e ne dispone la priorità su quelli che influenza per posizione politica. È questa la “meccanica” che abbiano sotto gli occhi e bisogna scorgere – della “macchina” – la spaventosa pericolosità e l’assoluta anomalia che va oltre lo stupefacente e noto conflitto d’interessi. Quel che ci viene svelato in queste ore è un sistema di dominio, una tecnica di intimidazione che mette freddo alle ossa, che minaccia l’indipendenza delle persone, l’autonomia del loro pensiero e delle loro parole. I più onesti, dovunque siano, dovrebbero riconoscerlo: non parliamo più di trasparenza della responsabilità pubblica, di vulnerabilità, di pubblico/privato. Più semplicemente, discutiamo oggi della libertà di chi dissente o di chi si oppone. O di chi potrebbe sentirsi intimidito a dissentire o a opporsi all’Egoarca.volti nelle burocrazie della sicurezza, magari di “paesi amici e non alleati”. Non ha bisogno di convincere nessuno a pubblicare quella robaccia. Se la pubblica da sé, sui suoi media, e ne dispone la priorità su quelli che influenza per posizione politica. È questa la “meccanica” che abbiano sotto gli occhi e bisogna scorgere – della “macchina” – la spaventosa pericolosità e l’assoluta anomalia che va oltre lo stupefacente e noto conflitto d’interessi. Quel che ci viene svelato in queste ore è un sistema di dominio, una tecnica di intimidazione che mette freddo alle ossa, che minaccia l’indipendenza delle persone, l’autonomia del loro pensiero e delle loro parole. I più onesti, dovunque siano, dovrebbero riconoscerlo: non parliamo più di trasparenza della responsabilità pubblica, di vulnerabilità, di pubblico/privato. Più semplicemente, discutiamo oggi della libertà di chi dissente o di chi si oppone. O di chi potrebbe sentirsi intimidito a dissentire o a opporsi all’Egoarca.

Giuseppe D’Avanzo (La Repubblica, 2009 – 10 – 26)

Inserito da: fabiodelogu | Ottobre 23, 2009

Pitura Freska – La Storia agli inizi…

“Sarà stato il 1978, c’era la Festa del sole in Campo Santa Margherita a Venezia, organizzata dagli anarchici. Mi ricordo – racconta Ciaci – che c’era anche Veronelli, per i vini, figurati. La band non aveva un nome, ma ne serviva uno per salire sul palco. Mi ricordai allora di un film di Stanlio e Ollio che in una scena dovevano arrampicarsi sul muro di un cimitero e salivano lungo un palo in cima al quale c’era un cartello con la scritta : “wet paint”, vernice fresca. Mi sembrò una bella metafora della vita che ti sporca i panni prima di scavalcare il fatidico muro del cimitero. Il nome Pitura Freska salta fuori da lì. Dirò di più, il primo concerto in Campo Santa Margherita è stato fatto proprio dai Wet Paint e c’era Skardy di sicuro perché mi ricordo che è caduto suonando dal palco e lo hanno preso e ributtato su al volo. Ciuke non c’era. In seguito, con il nome Wet Paint (che già veniva solitamente tradotto Pitura Freska) suonammo nelle scuole, allo storico centro sociale di Marghera e in qualche club di Mestre. Lo stile, battezzato porno rock, ricordava gli Skiantos e, molto alla lontana, Frank Zappa. C’era già il reggae, ma solo come citazione. Poi c’è stato il concerto di Bob Marley a Milano nel 1980 e da lì Skardy è tornato innamorato del reggae ed io a quel punto ho chiuso l’esperienza con i Pitura Freska. Non mi interessava il reggae”.

Inserito da: fabiodelogu | Ottobre 22, 2009

Frasi Sparse di Tanti

Di silenzio ce n’è stato anche troppo: ora ci vorrebbe un poco di casino, no?

“Da lettore sono certo che o si viene agganciati subito, o mai più, ed è per questo motivo che molti libri sui miei scaffali sono stati misteriosamente abbandonati dopo la pagina 20.”

No, senti, io non ce la faccio a sparare addosso a un uomo: ho anche votato contro la caccia.

Dalla vetta non si va in nessun posto, si può solo scendere.

“Non bevo dal 5 novembre 1998″. “Ah e come mai ?” “Perchè penso che ognuno di noi ha un tot di alcool per tutta la vita ed io ho finito il mio circa 11 anni fa”

“La costanza, tiranna del core, detestiamo qual morbo crudele, sol chi vuole si serbi fedele; non v’ha amor, se non v’è libertà.”

Alle volte mi vengono in mente delle cose con cui non sono affatto d’accordo.

“Non sono io che litigato con la professoressa, è lei che ha litigato con la matematica” – Lega Italiana dei Superbi

“L’idea di un Dio, un essere onnisciente, onnipotente, e che inoltre ci ama, è una delle più azzardate creazioni della letteratura fantastica.”

“Allora Frank, porti i capelli lunghi. Questo fa di te una donna?” “Se tu avessi una gamba di legno questo farebbe di te un tavolo?”

“La pubblicità ci fa inseguire le auto e i vestiti, fare lavori che odiamo per comprare cazzate che non ci servono.”

“La prima cosa da fare nel caso Silvio Berlusconi stia parlando in televisione: accendete e abbassate il volume, mettete vostro figlio davanti allo schermo e avvertitelo: “Se ti chiede di entrare in una macchina, ti offre una caramella, o t…i chiede di andare a combattere in Afghanistan, digli di NO!” (Frank Zappa più o meno…) :-D

Si sente tranquillo signore? Si sta divertendo? Non per farmi gli affari suoi, ma quando un bianco se ne sta su un marciapede di Harlem con un cartello che dice “io odio i negracci”, o ha delle serie motivazioni personali, o ha il cervello incrostato di fuliggine! (Zeus)

Domanda: “Jack hai pagato il conto?”. “Si ti ho spedito l’assegno per posta”.

John & Zeus: Allora… 7×7=49 Zeus: Zitto che in matematica ero forte John: ALLORA 7×7=49 Zeus: Insisti McLane ha detto 7 gatte e 7 donne. 7×49 faaa… 343! John: Me lo dici o me lo domandi? Zeus: Te lo dico 343!!! 343*7 fa 2401 risulta anche a te? John: Eh siii risulta anche a me. Zeus: Allora fai 5552401…… No no no no aspetta aspetta c’è il … Read Moretrucco. John: MA QUALE TRUCCO MANCANO 10 SECONDI Zeus: Ricordi l’inzio ho visto un uomo e sette donne. Li ha visti non andavano da nessuna parte!!!!!! John: E che facevano?? Zeus: E stavano, stavanooo…. ma che cazzo ne so che facevano? John: Quindi è uno solo allora??? Zeus: Lo stronzone solo lui John: Allora la risposta è 1!!!! Una vera cazzata daccene uno più difficile!!!

“Accusare un uomo di omicidio quaggiù era come fare contravvenzioni per eccesso di velocità a Indianapolis.”

…voglio che gli diano un beverone che non riesca a distinguere sua madre ad un metro… :-)

“Nessun arresto per droga, nessuna pulizia del sangue in Svizzera. E la cosa più importante è che non gioca nemmeno a golf! Nessuna acconciatura strana, nemmeno negli anni ‘80. Niente vestitini nei videoclip, parti cinematografiche imbarazz…anti, cuccioli di serpente o di scimmia. Nessuna mostra di suoi quadri. Nessuna lite pubblica e non si è mai dato fuoco.”

“Questo è Elvis amico. Questo è tutto. Tutto comincia e finisce con lui. Ha scritto il manuale.”

“Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio per farsi coraggio si ripete: “Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene.” Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio.”

…Nella partita di ritorno si erano presi la rivincita battendo il Sindacato Rumeno Ferrovieri, ma solo di due punti: un margine davvero minimo e deludente, soprattutto tenendo conto del fatto che il fratello di Róka, che presiedeva alle cucine dell…’albergo dove erano alloggiati i rumeni, aveva versato nel gulasch una quantità spropositata di veleno per topi…

“Io non credo in Dio, ma ho paura di lui. Beh, io credo in Dio… e l’unica cosa di cui ho paura è Keyser Soze!”

…il croato era un forte uno che andava…era uno tosto per questo che ne è uscito bene…

Vorrei che il palcoscenico fosse sottile come una corda di un funambolo affinchè nessun inetto vi ci si arrischiasse sopra

“Ora, se vuoi scusarmi, vado a casa a farmi venire un infarto.”

“Come tutti gli uruguagi, avrei voluto essere un calciatore. Giocavo benissimo, ero un fenomeno, ma soltanto di notte, mentre dormivo; durante il giorno ero il peggior scarpone che sia comparso nei campetti del mio paese.”

“Sul muro di un locale di Madrid c’è un cartello che dice: È PROIBITO IL CANTO FLAMENCO. Sul muro dell’aeroporto di Rio de Janeiro c’è un cartello che dice: È PROIBITO GIOCARE CON I CARRELLI PORTAVALIGIE. Il che vuol dire che c?…39;è ancora gente che canta e c’è ancora gente che gioca.”

Sta con chi vince… infatti è genoano e di sinistra e negli ultimi 60 anni non ha mai vinto un cazzo…

Il mondo civile e globalizzato non sapendo come eliminare la povertà ha deciso di fare la guerra ai poveri.

La somma delle altezze della piramide di Cheope per la velocità della luce diviso l’altezza media dei Chupacabras è uguale alla massa terrestre

“Se c’è una magia nella boxe è la magia di combattere battaglie al di là di ogni sopportazione, al di là di costole incrinate, reni fatti a pezzi e retine distaccate. È la magia di rischiare tutto per realizzare un sogno che nessuno vede tranne te.”

“Chiunque pensi che Mike non sappia boxare o non avesse tecnica probabilmente non ha mai messo piede in una palestra, voglio dire…Cus gli insegnò ogni trucchetto possibile, poteva schivare con il busto, mandarti a vuoto, era il paradigma dello swarmer, un maestro nell’arte della combinazione ‘gancio al corpo-montante’, implacabile nelle serie al corpo, una versione raffinata dei vecchi Dempsey e Frazier.”

“La boxe è una specie di jazz: più è bella, meno gente l’apprezza”

“I got nothing against the Vietcong, they never called me nigger”

Vendesi gioiosa macchina da guerra.

…per contrastare la possibile dittatura silenziosa della gioiosa macchina da guerra, messa in campo da Achille Occhetto, ex segretario del Partito Comunista Italiano…

“Per noi, friulani, Zico ha lo stesso significato di un motore della Ferrari, posti all’interno di uno Maggiolino. Siamo gli unici al mondo ad avere una macchina così meravigliosa e assurda.”

“Ci sono cose che io devo fare e che tu non capisci.”

“Quella è la parte più semplice. Ci presentiamo alla consegna e me lo faccio dire a forza di botte. Eh?”

Non bisogna giudicare gli uomini dalle loro amicizie: Giuda frequentava persone irreprensibili!

“I’m just looking around to see who’s gonna finish up second…” Larry Bird

“La prima cosa che facevo ogni mattina era di andare a vedere i boxescore per sapere cosa avesse fatto quella sera Magic. Non riuscivo a pensare a nient’altro.” (Larry Bird)

“A noi ci ha rovinato il Cristianesimo, intendo dire come cultura. Una volta avevamo le terme, i massaggi. Adesso che abbiamo? Le pizzerie.”

“Purgatory’s kind of like the in-betweeny one. You weren’t really shit, but you weren’t all that great either. Like Tottenham.”

“La teoria critica, che è una teoria pessimistica, ha sempre seguito una regola fondamentale: attendersi il peggio, e annunciarlo francamente, ma nello stesso tempo contribuire alla realizzazione del meglio.”

“Il guerrigliero è un riformatore sociale, che prende le armi rispondendo alla protesta carica d’ira del popolo contro i suoi oppressori, e lotta per mutare il regime sociale che mantiene nell’umiliazione e nella miseria tutti i suoi f…ratelli disarmati.”

“La democrazia è uno stato che legittima la sottomissione della minoranza alla maggioranza, ed è paragonabile ad un’organizzazione istituita per l’uso sistematico della forza di una classe contro l’altra, di una parte della popolazione contro l’altra.”

Ci sono tre modi per fare le cose: giuste, sbagliate e a modo mio…

Fans don’t let fans… Catch every game. Every sunday. Right here

“Te lo ricordi Yankel Schneider, quello che balbettava? Ma tu pensa, adesso fa l’avvocato, e si è comprato una Buick”

“Meglio di Pelè, forse Gesù e qualche volta Dio”

…però ricordati che se fai il giro dell’isola, alla fine, trovi sempre un Mediterranee…

…ero certo che non fosse cristiano, ma Cristo, ne aveva tutti i segni. Mentalità ristretta, spirito meschino, ipocrita e pronto a giudicare il prossimo…

Dio è solo la mente che fa gli straordinari

Inserito da: fabiodelogu | Ottobre 22, 2009

Il Mio Biliardo

“Mi fermavo a un distributore e mi sporcavo di grasso; poi entravo in città e cercavo una sala da biliardo. Tenevo a mente il nome del distributore e dicevo che lavoravo lì.
“Una volta a Odessa, in Texas, batto un tizio, sfilandogli settecento dollari. E lui mi fa: “Da dove vieni, ragazzo?”.
“”Seattle”.
“”E lavori da queste parti?”. “”Già”. “”Dove?”.
” “Al distributore della Mobil, subito fuori città”.
“”Mi spieghi dov’è, scusa?”.
” “Te lo spiego – giri a destra, poi a sinistra, poi ancora a destra, e ci sei”.
“E lui: “Secondo me non lavori mica lì”.
“”Ti dico di sì”.
“”Ti dico di no. Sono il proprietario”".

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